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Opposte alla mitezza, come la intendo io, sono l'arroganza, la
protervia, la prepotenza, che sono virtù o vizi, secondo le diverse
interpretazioni dell'uomo politico.
… Siccome ogni virtù si definisce meglio se si tiene presente il vizio contrario, il contrario di mitezza, quando si dice mite una pena, è severità, rigore, onde 'mitezza' in questa accezione può essere resa anche con 'indulgenza'. E non è certo questo il significato che ho assunto in questa mia apologia. ...
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Ape succhia un fiore di borragine
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Anzitutto la mitezza è il contrario dell'arroganza, intesa come opinione esagerata dei propri meriti, che giustifica la sopraffazione. Il mite non ha grande opinione di sé, non già perché si disistima, ma perché è propenso a credere più alla miseria che alla grandezza dell'uomo, ed egli è un uomo come tutti gli altri. A maggior ragione la mitezza è il contrario della protervia, che è l'arroganza ostentata. Il mite non ostenta nulla, neanche la propria mitezza: l'ostentazione, ovvero il mostrare vistosamente, sfacciatamente le proprie virtù, è di per se stesso un vizio. …
Il mite è colui che "lascia essere l'altro quello che è", anche se l'altro è arrogante, protervio, prepotente. Non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere, e alla fine di vincere. ….
L'immagine che egli ha del mondo e della storia, dell'universo mondo e dell'unica storia in cui vorrebbe vivere, è quella di un mondo e di una storia in cui non ci sono né vincitori né vinti perché non ci sono gare per il primato, né lotte per il potere, né competizioni per la ricchezza, e mancano insomma le condizioni stesse che consentano di dividere gli uomini in vincitori e vinti.
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Coleottero su fiori di pesco
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Con questo non vorrei che si confondesse la mitezza con la remissività. .. Il remissivo è colui che rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione. Il mite, no: rifiuta la distruttiva gara della vita per un senso di fastidio, per la vanità dei fini cui tende questa gara, per un senso profondo di distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più, per mancanza di quella passione che, secondo Hobbes, era una delle ragioni della guerra di tutti contro tutti, la vanità o la vanagloria, che spinge gli uomini a voler primeggiare; infine per una totale assenza della puntigliosità o dell'impuntatura che perpetua le liti anche per un nonnulla, in una successione di ripicchi e ritorsioni, del "tu l'hai fatta a me, io la faccio a te", dello spirito di faida e di vendetta che conduce inevitabilmente al trionfo dell'uno sull'altro o alla morte di tutti e due.
N. Bobbio in Elogio della mitezza, ed. Il Saggiatore
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