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L'intolleranza, in senso positivo e negativo |
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di Norberto Bobbio
Non sempre la tolleranza è una virtù. Non sempre l'intolleranza è un vizio.
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Fiori penduli rosa di una rigogliosa Medinilla
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Ho ricordato quello che diceva Croce a proposito dei tolleranti che spesso sono tali non per mitezza ma per fiacchezza. Allo stesso modo in cui è sempre negativa l'intolleranza contraria alla tolleranza positiva, come la coartazione delle coscienze, in sede pratica, o come l'affermazione dogmatica di una verità assoluta che non ammette obiezioni in sede teoretica, così non sempre è negativa l'intolleranza quando si contrappone alla tolleranza negativa, alla tolleranza dello scettico che è l'antitesi speculare dell'intolleranza del dogmatico, o dell'indifferente morale, che è l'antitesi speculare dell'intolleranza del fanatico.
Naturalmente è difficile in pratica distinguerle, ma la distinzione deve essere tenuta presente.
Il problema viene posto di solito in questi termini: la tolleranza ha dei limiti? E, se ha dei limiti, dove devono essere posti i confini?
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Il nucleo dell'idea di tolleranza è il riconoscimento dell'egual diritto a convivere che viene riconosciuto a dottrine opposte, e quindi del diritto all'errore, per lo meno all'errore in buona fede. L'esigenza della tolleranza nasce nel momento in cui si prende coscienza dell'irriducibilità delle opinioni e della necessità di trovare un modus vivendi fra esse.
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