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Alda Merini, avatar della poesia, ha lasciato il corpo. La poesia e la vita Stampa la pagina E-mail

La poetessa Alda Merini è morta all'età di 78 anni e il presidente della Repubblica ha detto di lei: "Si è spenta una voce limpida e ispirata". Ha vissuto intensamente ogni momento della sua vita, ha tutto accettato e trasformato in poesia. Ecco come ha sentito e testimoniato la sua funzione nella vita:
"Il poeta deve provare di tutto prima di poter scrivere;
il poeta è come plasma puro
sopra cui Dio imprime a volte le proprie contraddizione".

In Alda Merini poesia e vita si sono intrecciate  giorno dopo giorno, fino a divenire un tuttuno; un tuttuno per sempre patrimonio dell'umanità.

Amo tutta la sua opera poetica che contribuisce di giorno in giorno alla mia crescita umana. Vorrei concorrere alla conoscenza della sua opera, -riportando qui di seguito alcune poesie a me care, testimonianze della sua vasta  opera poetica- e della sua ricchezza umana, attraverso la sua autobiografia, attinta direttamente dal sito di Alda Merini  e attraverso una intervista rilasciata il 16 Luglio 2004 e pubblicata sulla rivista letteraria Sagarana.

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 "Il poeta è l'uomo isola che colma lo spazio tra sogno e verità".

(Alda Merini)

 

 Selezione di poesie di Alda Merini

A tutte le donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l'emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d'amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d'amore.

La pace

La pace che sgorga dal cuore
e a volte diventa sangue,
il tuo amore
che a volte mi tocca
e poi diventa tragedia
la morte qui sulle mie spalle,
come un bambino pieno di fame
che chiede luce e cammina.
Far camminare un bimbo è cosa semplice,
tremendo è portare gli uomini
verso la pace,
essi accontentano la morte
per ogni dove,
come fosse una bocca da sfamare.

Bambini

Bambino, se trovi l'aquilone della tua fantasia
legalo con l'intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati e tua madre diventà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe e portino
la pace ovunque e l'ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell'acqua del sentimento.

Ai giovani

Bella ridente e giovane
con il tuo ventre scoperto,
e una medaglia d'oro
sull'ombelico,
mi dici che fai l'amore ogni giorno
e sei felice e io penso che il tuo ventre
è vergine mentre il mio
è un groviglio di vipere
che voi chiamate poesia
ed è soltanto tutto l'amore
che non ho avuto
vedendoti io ho maledetto
la sorte di essere un poeta.

Tu non sai

Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni.

Pensa che in un albero c'è un violino d'amore.
Pensa che un albero canta e ride.
Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita.

Te l'ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.

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"Non cercate di prendere i poeti perchè vi scapperanno dalle dita".

(Alda Merini)

 

 La biografia

Alda Merini è nata a Milano il 21 marzo 1931. Ha esordito giovanissima, a soli sedici anni, sotto l'attenta guida di Angelo Romanò e Giacinto Spagnoletti. La sua prima raccolta di poesie, La presenza di Orfeo, uscita da Schwarz nel 1953 con una presentazione di Spagnoletti, ebbe un grande successo di critica.

Si sono occupati di lei, fra gli altri, Oreste Macrì, David Maria Turoldo, Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini, Carlo Batocchi, Maria Corti, Giovanni Raboni.

Successivamente furono pubblicati: Paura di Dio (Scheiwiller 1955), Nozze romane (Schwarz 1955), Tu sei Pietro (Scheiwiller 1962). Le quattro raccolte di versi sono state riunite con il titolo La presenza di Orfeo da Secheiwiller nel 1993.

Dopo vent’anni di silenzio, dovuto alla malattia, sono apparse: La Terra Santa (Scheiwiller 1984), Testamento (Crocetti 1988), per Einaudi Vuoto d’amore (1991), Ballate non pagate (1995), Fiore di poesia (1951-1997) (1998), Superba è la notte (2000), Più bella della poesia è stata la mia vita (2003 con videocassetta), Clinica dell'abbandono (2004), per Frassinelli L’anima innamorata (2000), Corpo d’amore, Un incontro con Gesù (2001), Magnificat. Un incontro con Maria (2002), La carne degli Angeli (2003).

Nel 1996 Scheiwiller ha raccolto alcune plaquette ne La Terra Santa: Destinati a morire (1980), La Terra Santa (1983), Le satire della Ripa (1983), Le rime impetuose (1983), Fogli bianchi (1987).

Con L’altra verità. Diario di una diversa (prima edizione Scheiwiller 1986, nuova edizione Rizzoli 1997) inizia la sua produzione in prosa, a cui sono seguiti Delirio amoroso (il Melangolo 1989 e 1993), Il tormento delle figure (il Melangolo 1990), Le parole di Alda Merini (Stampa alternativa 1991), La pazza della porta accanto (Bompiani 1995, Premio Latina 1995, finalista Premio Rapallo 1996), La vita facile (Bompiani 1996), Lettere a un racconto. Prose lunghe e brevi (Rizzoli 1998) e Il ladro Giuseppe. Racconti degli anni Sessanta (Scheiwiller 1999).

Vi si aggiungono Aforismi e magie (Rizzoli 1999, BUR 2003), raccolta di aforismi, e l’antologia di poesie Folle, folle, folle d’amore per te. Poesie per giovani innamorati. (Salani 2002).

Nel 1993 ha ricevuto il Premio Librex-Guggenheim “Eugenio Montale" per la Poesia, nel 1996 il Premio Viareggio, nel 1997 il Premio Procida-Elsa Morante e nel 1999 il Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Settore Poesia.

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 "La poesia è il luogo del nulla, il luogo degli incontri (...) La poesia è la vita che hai dentro".

(Alda Merini)

 

 

Gli uccellini e le cosce”

intervista con Alda Merini

di Katia Sebastiani e Helen Cordoni


Incontriamo Alda Merini proprio nel bel mezzo del trasloco che la porterà ad abitare “in una casa più grande”, come ci dice, nella zona nordest della città, a due passi dal duomo di Milano.
Ad accoglierci un odore di cose vecchie ed il suo tono infastidito “che volete, – ci dice – con tutta questa roba non ci entriamo più”.
Appoggiandosi ad un bastone da passeggio, ci fa accomodare nel salottino e al nostro arrivo vediamo fuggire degli uccellini sorpresi a beccare briciole vicino al pianoforte.
Nella stanza ci sono libri accatastati su ogni superficie orizzontale, il pianoforte chiuso, uno scatolone pieno di vestiti a riempire l’uscita sul terrazzino. Le pareti sono piene di quadri e fotografie che raffigurano il suo viso, lei vestita solo di una collana e una pelliccia, lei con Carla Fracci, lei con le figlie, lei che riceve dei premi. Una scultura in terracotta con il suo busto dimenticata sopra un mobile. Il tavolo stracolmo di cose di ogni genere: sigarette spente, rimasugli di cibo, bottiglie di vino, insetticida, banane acerbe.
Dopo qualche piccola manovra riusciamo infine a sederci e cominciamo a parlare, mentre sulla porta compare la signora che pochi istanti prima ci aveva risposto al citofono.
“Allora io vado – sussurra – ci sentiamo stasera”, e se ne va.

In una poesia ha scritto: “Il poeta non serve la gloria di Dio/ ma solo la sua gloria/ che è un lontano riverbero/ della collera divina”. Ci può spiegare il significato di questi versi?
Il poeta si sente un po’ castigato in questa vita terrena, e vorrebbe andare in una vita più tranquilla. Le cure giornaliere lo disturbano.

E la collera divina?
La mia idea è che Dio ha creato l’uomo in un momento di rabbia, perché l’uomo è odio, non è amore, con tutta la cattiveria che c’è in giro? L’amore è una cosa molto facile: l’uomo preferisce essere odio, gli viene meglio.

Lei però nella sua vita ha provato anche tanto amore.
Ho provato amore... Proprio ieri ho avuto qua una signora che era sposata da dodici anni: il marito se ne è andato con un’altra e non le dico le lacrime di questa donna, e mi diceva come può mutarsi un amore in odio? Interrogato, il sacerdote mi ha detto quando manca la stima nell’altro, e questo è vero: quando uno smette di stimare l’altra persona... In fondo anche Dio dice ad Abramo vai e prendi il figlioletto e uccidilo, e non si capisce che tipo di amore sia, perchè della vita terrena del figlio di Abramo non gliene importava niente...

A proposito dell’intervento di isterectomia a cui è stata sottoposta, lei ha dichiarato: “Tolto l’utero, mi sono scomparsi all’improvviso i sintomi della malattia mentale. Penso che ci sia un legame tra le due cose”. Cosa intendeva dire, esattamente?
No, della malattia mentale no. Io avevo delle grosse emorragie, quindi mi indebolivo sempre di più. In manicomio sterilizzavano le persone, affinché non facessero figli, se no scattava la legge dell’affido, poi non volevano le prove della gravidanza: un pastrocchio. A me ha fatto bene, perchè ero ammalata.

Ma secondo lei esiste un legame tra la maternità e il senso della sofferenza?
La maternità è una sofferenza, una gioia molto sofferta. Da un amante ci si può staccare, ma da un figlio non riesci.

Come trascorre le sue giornate, quotidianamente?
Ma, come mi vengono. Adesso sono condizionata da questa operazione alle anche: se mi va mi alzo, altrimenti no, comunque cerco di muovermi.

Si alza in piedi e ci mostra una lunga cicatrice lungo il fianco destro, “la ferita di guerra”, come la chiama, scoprendo così le gambe.
“Sa, signora Merini, che ha ancora delle belle cosce?”
Lei si siede e scoppia in una fragorosa risata, con il volto nascosto tra le mani.
“Perchè ride? Immagino che altri glielo abbiano detto prima di noi”.
“No, è che ripenso...un po’ di tempo fa, all’inizio della malattia, ho chiamato una signora per mettere un po’ di Lasonil per il dolore e lei a un certo punto mi dice “ma lei non ha neanche un pelo!”...mah!”
Continuiamo a ridere per un po’, fragorosamente.

E’ vero che lei ricorda a memoria tutte le sue poesie?
Più o meno sì. Io sono una ispirata, diciamo. Non scrivo a tavolino.

E qualcuno trascrive i testi per lei.
Sì, perchè ho una scrittura terribile. Tanto dopo le dovrebbero ricopiare: tanto vale che le scrivano direttamente. Poi, appunto, siccome mi vengono facili...

Quando lei “dice” una poesia, segue una musica?
Più o meno. Mi viene naturale, ma questo fa parte della cultura che uno ha dentro di sè. Quello che vale nel poeta è la cultura... poi però va a finire che questi poveri poeti si ammazzano... perchè lei può essere calunniata per la bellezza e cioè il talento, che è raro, che non è di tutti e quindi che è una marcia in più, agli altri dà fastidio. Cominciano a dire “perchè non sono bella come la Merini? perchè non sono bravo come Costanzo?”, perché, se avessero un minimo di modestia, capirebbero che se Costanzo ha un talento, magari ha una remora in qualche cos’altro. Per esempio come donna di casa io non valgo niente. La gente non capisce che il talento è uno e non è che uno è onniscente: uno è bravo a far poesia e magari poi...
Il fatto dell’invidia dimostra molta ignoranza e soprattutto quando l’uomo non accetta queste cose, quello che Dio gli ha dato... o accetto che lei è superiore a me, o gliene faccio tante come in manicomio, finchè si muore...

Lei è gelosa?
Molto. Sono un temperamento molto geloso. Mi capita raramente di arrabbiarmi, magari una volta all’anno, ma quando mi capita... perchè quando un buono diventa cattivo è cattivissimo... io sono molto paziente.

Ci chiede di staccare dalla parete un quadretto che contiene un collage di fotografie che la ritraggono insieme alla figlia Barbara.
“Ecco – dice – questa è mia figlia, vedete? Sono molto belle le mie figlie, hanno gli occhi assassini, lei somiglia un po’ al papà... quelli sono i veri amori...”

Ma adesso lei è innamorata, a parte le figlie?
No, io ogni tanto vado in delirio... m’innamoro ancora e nel mio caso, data l’età, sono passioni sconvolgenti, anche perchè uno non può realizzarle. Il poeta è come un sacerdote, riesce a sublimare: il poeta, anche se fosse possibile, preferisce cantarlo l’amore anziché viverlo, anche perchè viverlo è un rischio, e allora si tira sempre indietro.

Un po’ codardo, allora, il poeta?
Non è codardo. Se io mi innamoro di lei e facciamo l’amore, è una cosa temporanea che poi non interessa a nessuno. Ma se io le dedico una bella pagina di poesia lei è immortalata: cosa preferisce, anche lei, fare l’amore con me o essere immortalata in un libro? Lo so che l’amore è carne, però, se io so che mangiare un piatto di pastasciutta mi fa male e poi sto male, cerco di non mangiarlo, anche se lo desidero. Portare il bisogno dell’eros su un piano più alto non è da tutti... bisogna riuscire a ribaltarlo, perchè anche i sensi... li hanno tutti; o no? Li ha anche mia nonna, cioè se lei non ha più i sensi, lei ha un elettroencefalogramma piatto e muore. Certo, una cosa per cui io mi sono tanto battutta è perchè questi anziani non lo dicono: hanno paura, una vergogna che non è vera, perchè l’eros è vita.

Resta intatto, ma dipende anche da chi lo accende, l’eros?
Ma, io ne ho quattro di figlie, questa è quella che mi sta più vicina. Naturalmente la amo di più, vedendola sempre, sentendola sempre, dopo le altre son gelose, ma è quella che veramente arriva a lavarmi i piedi, a farmi il bagno. E’ chiaro che la sua vicinanza è anche erotica, è anche di carne, è anche di pelle. Le altre figlie non lo capiscono. Se io ho un amante che è assiduo, che viene, che si preoccupa di me, io lo amo perchè è anche un fatto di riconoscenza, però in quanto a riconoscenza non lo potrei maltrattare. Se poi questo amante mi abbandona, ne soffro, perchè mi abbandona un amico, mi abbandona una persona che mi dà una mano, che mi vuole bene... che è diverso dall’amare: la passione non è il “ti voglio bene”, il voler bene è volere il bene dell’altro, quindi, anche se l’altro lo lascia, lei deve imparare... è dura, ti lasciano anche i figli per questo, e la mamma soffre... è dura quel tanto che basta per accedere alla poesia...però...la poesia non dà pane.

“Ballate non pagate”, infatti.
“Ballate non pagate” è stato un titolo che ho dato io, e l’editore ha detto “Non vorrà mica dire che noi non paghiamo”. “No”, ho detto io...Poi non mi arrivavano i soldi e sono andata in questura a denunciarlo, doveva darmi un milione allora...Mi hanno detto “ha le prove?”, “il titolo” ho risposto io “ballate non pagate”. Vede come è astuto il poeta? La questura è un’altra che vuole sempre le prove, dico “le cerchi lei le prove!”; o no?

Nelle sue poesie ci sono molti colori, per esempio in quelle de “La terra santa” predomina l’azzurro.
Perchè nei manicomi c’erano dei grandi finestroni dai quali si vedeva un grande squarcio di cielo...Mi piacciono molto i colori, perchè all’età di diciassette anni, ed è una cosa che sanno pochi, sono rimasta cieca per tre anni e quando, dopo l’intervento, mi hanno sfasciata e ho rivisto i colori, mi sono entusiasmata. Adesso vedo bene, anche senza occhiali, ma allora, dopo l’operazione, ricordo l’entusiasmo per i colori. Sarà anche perchè mi piace la pittura e frequento molti pittori.

Lei ha mai dipinto?
Da bambina, da ragazza, poi ho lasciato.

Era un’altra la strada...
La strada del dolore, per cui devo essere grata a mio marito. Anche Giuda ha dato il via al cristianesimo. Delle volte le cose negative, se si vede la parte giusta del male... Mio marito mi ha insegnato questo paesaggio di diseredati, di incolpevoli. Ho conosciuto l’idea dell’abbandono alla provvidenza divina e al destino...io ho pagato, hanno pagato tutti, è come lo sterminio degli ebrei...

Veniamo interrotte da un rapidissimo passaggio di passerotti, che svolazzano liberamente per casa.
“Questi uccelli – dice – ma sono veramente irriverenti... entrano, mangiano, escono... ma per che cosa l’hanno presa la mia casa?”
E dopo una sua nuova battuta salace, ridiamo ancora, insieme e di gusto. Poi facciamo le nostre ultime domande, perchè Alda Merini inizia ad essere stanca e dice di aver bisogno di stendersi un po’.

Che cosa le ha dato e che cosa le ha tolto la poesia?
Mi ha tolto tempo...no, niente. L’unica cosa non bisogna pensare di far soldi con la poesia.

E il premio Nobel, le piacerebbe?
Ma, non ci tengo particolarmente, perchè dalla vita ho avuto già tutto. Bisogna davvero provare il male del manicomio per capire quello che di bello ha la vita.

La signora Merini si alza e ci precede nello stretto corridoio che porta alla sua camera.
“Venite – dice – voglio mostrarvi una cosa prima che ve ne andiate. Vedete quel coso?” e indica una maniglia che spenzola sul letto e che serve come aiuto per alzarsi.
“Gli uccellini lo usano come un’altalena. E’ buffo come si divertano con uno strumento di tortura; o no?”
Poi si siede sul letto disfatto, accende la radio sul comodino e parte una canzone di Ornella Vanoni, che ovviamente parla d’amore.
“Che bella canzone!” ci dice e il suo sguardo, fino a quel punto attentissimo, diviene vago e leggero. La sensazione che abbiamo è che non noi, ma lei, che è lì seduta, se ne sia andata improvvisamente, con dolcezza, altrove.
Lasciamo andare Alda Merini. Usciamo dallo stretto portoncino d’ingresso e scendiamo le scale, accompagnate dalla voce della Vanoni e dalle parole d’amore.

Milano, 16 luglio 2004

 

Commenti  

 
0 #1 LOULOU 2011-07-01 13:55
Sono una appassionata della poesia,mi è molto piaciuta questa intervista fatta a la poetessa Alda Merini, rivedo un pò me stessa nelle sue risposte, le sue poesie si leggono volentieri perchè riempiono lo spirito di speranza e amore..
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