In piedi, in equilibrio senza sforzo
Cerchiamo ora di comprendere qual è l'equilibrio ottimale verso il quale bisogna tendere. È osservazione comune che tutti gli uomini siano essi bambini, adulti o anziani, benché siano morfologicamente diversi, riescono comunque a rimanere in equilibrio, stando in piedi, camminando o correndo. Ognuno realizza un proprio modo globale di equilibrarsi, salvaguardando la condizione necessaria e sufficiente che è quella di riuscire, comunque, a far cadere la verticale abbassata dal centro di gravità nella base di appoggio. Ciò che varia enormemente nei vari casi è il rapporto dei vari segmenti del corpo tra di loro e il maggiore o minore dispendio di energia utilizzata per mantenere l'equilibrio.
Tra i tanti possibili modi di rimanere in equilibrio bisognerebbe tendere verso quello che richiede poco sforzo muscolare, basandosi su minimi aggiustamenti del tono posturale, in risposta alle continue variazioni di stimolazione che i propiocettori subiscono in seguito allo spostamento dei vari segmenti del corpo.
Solo se l'equilibrio viene mantenuto grazie a un lavoro muscolare minimo e a una elevata capacità di coordinazione neuromotoria del tono posturale si può parlare di equilibrio ottimale, perché solo in questo caso i muscoli possono essere disponibili all'azione; il movimento è pertanto libero di esprimersi in ogni direzione, in ogni momento.
L'equilibrio che si può definire "normale" è per ogni individuo quello vicino alla stabilità meccanica. Questo tipo di equilibrio è caratterizzato da due importanti condizioni:
- è economico sul piano meccanico, perché non richiede un impegno muscolare importante; basta, infatti, uno sforzo molto piccolo per essere mantenuto e ristabilito;
- è impegnativo sul piano neurologico in quanto richiede una grande capacità di risposta dei recettori propiocettivi a stimoli di durata e di intensità anche molto piccola, sì da modulare in maniera assolutamente precisa il tono dei muscoli che si oppongono alla forza di gravità.
Da quanto si è fin qui detto deriva che l'educazione dell'equilibrio e la conquista di una posizione corretta, sia sul piano statico che dinamico, è connessa in primo luogo con l'educazione neuro-motoria delle sensazioni, sollecitate dalla forza di gravità (le sensazioni evocate dalla forza di gravità sono: lo stiramento muscolare, la tensione dei legamenti, la sensazione di flessione e di estensione delle articolazioni e, inoltre, sensazioni di pressione plantare, sensazioni visive, sensazioni di squilibrio dovute allo spostamento degli otoliti, cioè dei recettori dell'orecchio interno); in secondo luogo, con l'educazione psicomotoria, comportante l'apprezzamento cosciente delle percezioni cenestesiche.
Quest'ultima è necessaria per correggere ogni anomalia dell'atteggiamento.
È largamente risaputo che solo una educazione della percezione può condurre i centri nervosi corticali a esercitare una influenza correttrice sui collegamenti sensitivo-motori automatici dei centri nervosi periferici”.
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