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Quattro parole – immobilità, calma, vuoto, ispirazione - esprimono in sintesi, sia per il Buddhismo che per il Taoismo, le condizioni psicofisiche necessarie per praticare il qigong nel modo più proficuo, vale a dire per realizzare naturalmente e senza sforzo il cosiddetto 'stato di qigong', condizione che potrebbe essere definita come uno stato di coscienza 'vigile, vitale e ricca di gioia', in cui la mente è silenziosa, il Cuore calmo e l'energia riempie la scena e diviene attrice.
Lo 'stato di qigong' dovrebbe piano piano divenire il modo di essere quotidiano, affinché possa dare, quando il tempo sarà maturo, i suoi frutti: saggezza e maturazione piena del proprio potenziale umano. La pratica così diviene un mezzo non il fine.
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Bodidharma, maestro buddhista, 28° patriarca del Buddhismo indiano secondo la tradizione Chán/Zen, appartenente alla corrente Mahāyāna.
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Immaginiamo di attribuire alla pratica del qigong un duplice scopo, uno esteriore e l'altro interiore.
Quello esteriore consiste nell'apprendere e nell'eseguire i movimenti della forma prescelta di qigong; quello interiore non riguarda cosa stiamo facendo o perché, ma riguarda esclusivamente il come. Non ha niente a che fare con il futuro (quando saremo divenuti più esperti e avremo conseguito questo e quell'altro risultato), ma riguarda esclusivamente la qualità della nostra pratica nel "qui e ora".
Questa è la chiave principale per crescere in consapevolezza, facendo del qigong una pratica meditativa. E va anche ricordato preliminarmente che la pratica del qigong è proficua solo se vi è unione dei movimenti del corpo e dell'intenzione, ovvero della presenza consapevole del praticante, con la sua capacità di rivolgere tutta la sua attenzione verso l'interno (per eseguire i movimenti degli esercizi daoyin, per concentrarsi sul dantian1, per emettere i suoni, per visualizzare questa o quella struttura energetica o per osservare il respiro).
Gli elementi essenziali di questo lavoro primariamente orientato al raggiungimento dello stato di quiete del Cuore sono 'immobilità', 'calma', 'vuoto' e 'ispirazione'.
1. Immobilità – Ding
Questo termine indica la fermezza dell’intenzione e l’impegno a perseverare in ciò che si è intrapreso.
Ciò è possibile quando la propria consapevolezza è centrata su qualcosa, non importa cosa (uno dei tre dantian, i punti dei meridiani, i sette orifizi/o chakra, il respiro). Si tratta di portare la totalità dell'attenzione sull'oggetto prescelto per la pratica. Il centro su cui si porta la consapevolezza non è importante. È importante il centrarsi; yishou vuol dire concentrare su qualcosa e totalmente la propria attenzione.
Si è radicati nel corpo; si porta la propria attenzione verso l'interno e semplicemente si attende, rimanendo rilassati, l'arrivo dell'energia sul centro prescelto, in uno stato che è al tempo stesso di ricettività e di passività. E quando ciò accade rimaniamo presenti a "sentire" le qualità della nostra energia. È importante ricordare che non si tratta di pensare, ma di sentire. È un modo per imparare a "essere nel corpo, ad abitarlo", a sentire la vita dentro, come movimento di energia, sempre più distintamente. È questo l’inizio di un viaggio che può condurre sempre più in profondità a uno stato più alto di risveglio della coscienza interiore di sé stessi.
2. Calma – Jing
Se si riesce a essere veramente consapevoli delle sensazioni del corpo nel momento presente, non si permette alla mente di assorbire la nostra attenzione. In questo modo il flusso dei pensieri rallenta e il rumore della mente si placa; compaiono intervalli di silenzio via via più lunghi, durante i quali sperimenta una sensazione di spazio dentro di sè e un senso di fusione con il proprio campo energetico. Corpo e mente sono rilassati e il Cuore entra in uno stato di calma.
3. Vuoto2 – Xu
Con l'approfondirsi della capacità di vivere nel 'qui e ora', si accresce la consapevolezza e la capacità di osservare la mente. Osservare la mente significa essere in grado di guardare la mente in attività, il succedersi dei pensieri e il loro concatenarsi, conoscerne il contenuto e, al tempo stesso, avere coscienza di sé come testimone dell’attività mentale. Si è presenti come osservatori, silenziosi e distaccati di ciò che accade dentro di noi. In questo modo, nell’assenza di identificazione, non si fornisce energia alla mente; accade che i pensieri naturalmente si acquietino e il meditatore vive l'esperienza di intervalli liberi 'senza mente'. "Quando non c'è niente c'è tutto" dicono i saggi cinesi. In questi intervalli di' non mente’, altrimenti chiamati 'vuoto' si avverte dentro una sensazione di spazio, che segue alla scomparsa dei pensieri, associata a un senso di profonda tranquillità e pace. Vi è molta vigilanza e consapevolezza ma non vi è attività di pensiero. Si entra sempre di più nel 'vuoto' man mano che si entra più in profondità nel regno della 'non-mente'.
Parafrasando E. Tolle3 potremo dire che è questo il lungo cammino che porta alla disidentificazione dalla mente incentrata sull'ego, il falso sé che la mente crea come sostituto del vero sé radicato nell'Essere.
4. Ispirazione - Ling4
Nello stato di 'vuoto', che è frutto del silenzio dell’attività mentale, può arrivare come intuizione la comprensione della nostra natura vera. Si realizza la consapevolezza del nostro sé più profondo, della nostra realtà invisibile e indistruttibile che è la nostra essenza . Quando ciò accade non ci si sente non più separati dell'esistenza, perché sentiamo di essere fatti della stessa energia essenziale che anima l'universo.
"La consapevolezza ti porta al punto in cui puoi vedere con i tuoi stessi occhi l’assoluta realtà del tuo essere e dell'universo… è una esperienza miracolosa, in quanto vedi che tu e l'universo non siete separati: tu sei parte del Tutto. E, per me, questo è il solo significato dell'essere santi".5
Sei interessato a sperimentare tutto questo? Ti invito a leggere
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Note
1. I dantian, che sono tre (inferiore, mediano e superiore), sono regioni del corpo in cui ha luogo la trasformazione dell'energia sottile.
2. Il Vuoto è la chiave del Buddhismo; esso in sanscrito è chiamato shunyata.
3. Eckart Tolle, Il Potere di adesso.
4. I maestri Zen usano il termine 'satori’ per indicare un lampo di comprensione della propria vera natura, un momento di assenza di mente. Esso non è duraturo ma fornisce un assaggio dello stato che viene chiamato 'Illuminazione'.
5. Osho Rajneesh, “Dalla medicazione alla meditazione", pg.112
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