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Omero nell’Odissea, raccogliendo vari episodi dei miti arcaici, ci
racconta che la guerra di Troia è finita da molto tempo e solo Ulisse,
tra i capi greci, non è tornato ad Itaca, dove da 20 anni lo attendono
la moglie Penelope ed il figlio Telemaco, ormai ventiquattrenne.
I nobili di Itaca, di Samo, di Zacinto si contendono la mano della presunta vedova e bivaccano nella reggia di Ulisse; mentre Telemaco vuole andare alla ricerca del padre, Penelope teme per sé e per il figlio la violenza dei giovani pretendenti (che Omero chiama “Proci”), ma li tiene a bada promettendo che sceglierà tra loro il nuovo sposo, quando avrà finito di tessere una tela per il vecchio Laerte, padre di Ulisse.
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Due donne attiche mentre tessono una tela. Terracotta, ca. 550-530 B.C. Metropolitan Museum of Art
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Quando finalmente Ulisse ritorna e si rivale a lei, Penelope non lo riconosce e gli chiede una prova della sua identità, prova che il marito pazientemente le fornisce, parlando del loro letto nuiziale, da lui stesso costruito modellando un solido ulivo.
A quel punto le difese razionali di Penelope cadono e nella lunga notte si ritrovano e si 'conoscono', raccontandosi ciò che nei loro è cambiata in quei lunghi anni. Penelope, che Omero contrappone alla ninfa Calipso (presso la quale Ulisse era rimasta cinque anni), alla maga Circe (con cui l’eroe avava 'pattuito' una sosta di un anno), alla fanciulla Nausicaa (che si era innammorata dell’eroe 'maturo', mentre Ulisse voleva solo tornare a casa), è la figura della sposa fedele, della madre ansiosa, della donna intelligente e forte che sa gestire la propria casa con la prudenza e controllare i suoi sentimenti con la ragione.
Omero non la descrive con eccessiva simpatia, ma ne fa il prototipo della 'donna sposa fedele e madre' della polis greca nascente, dedita alla famiglia e capace di governare una reggia, facendone rispettare le regole.
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Odisseo (Ulisse), vestito da mendicante, cerca di farsi riconoscere da Penelope, bassorilievo in terracotta. ca. 450 a.C. da Milo. Museo del Louvre, Parigi.
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Ovidio, otto secoli dopo, nelle sue Heroides (in cui immagina che le eroine del mito classico servono ai loro amanti e mariti), fà di Penelope una donna sensibile, che ha vissuto i 20 anni di attesa con la paura che Ulisse morisse in guerra o che nel viaggio di ritorno incontrasse una donna più bella e meno rustica di lei "che è capace solo di filare la lana".
Ovidio fà dire a Penelope, nella lettera che scrive allo sposo lontano: "Possa io sbagliarmi e non succeda che tu, potendo tornare, voglia restare lontano! Io sono tua e tua devo essere chiamata: io Penelope sarò sempre la moglie di Ulisse; io, che quando partisti ero una fanciulla, quando tornerai ti sembrerò una vecchia". Nella Penelope ovidiana c'è il rimpianto di una giovinezza non condivisa con l’uomo amato, c'è la nostalgia di un passato solo sognato, la gelosia di una moglie che le passioni di Ulisse ha certamente provato per altre donne, c'è la paura di ciò che la attende. Questa, ovidiana, è una donna moderna, quella omerica è il modello che il poeta immaginava come proprio di un’età arcaica e che proponeva alla società della polis nascente dell'VIII sec. A. C.. O anche a noi del XXI sec.?
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