Dalla testa al cuore e oltre:
il terapista olistico tra Oriente e Occidente
Trattare le persone con un approccio olistico significa indirizzarsi all’essere nella sua interezza di corpo-emozioni-pensieri-spirito. L'energia, che sia essa incarnata o rarefatta, è il campo d’azione dell’intervento terapeutico. Diagnosticare in quale area energetica è localizzato l'epicentro del disequilibrio vuol dire essere in grado di andare alla radice del disagio/malattia del paziente.
Queste affermazioni sono facilmente condivisibili. Ma è sufficiente avere studiato una pratica olistica - e la medicina cinese lo è fuor di ogni dubbio - per dichiararsi terapista olistico? La risposta, a mio avviso, è negativa.
La mia personale esperienza, e non solo, mi porta ad affermare che solamente il terapista che è in contatto con la ricchezza complessiva del proprio essere potrà entrare in contatto con quella di chi gli si affida. Tra medico e paziente, tra terapista e cliente si deve creare una sorta di risonanza e di relazione empatica per arrivare ad una comprensione profonda del disequilibrio in atto. Cultura e sapere teorico non bastano a formulare una diagnosi complessiva del malessere e ancor meno a riportare in equilibrio la condizione alterata in atto.
L'intelligenza logica, l'ntelligenza emotiva, l’intelligenza intuitiva sono gli strumenti su cui il terapista olistico può contare quando il dantian superiore, mediano e inferiore sono attivi e armoniosamente in funzione. Altrimenti, come spesso accade, si pratica una "scienza olistica" con un approccio riduzionista. Così lo stile occidentale - ovvero quello della medicina “scientifica” organicista - chiuso fuori dalla porta rientra dalla finestra!
Quanto studio, quanto apprendimento, quanta cultura acquisisce il terapista olistico nel corso di anni dedicati con passione alla comprensione teorica e pratica della disciplina olistica che lo ha affascinato, e ancora lo affascina, per la sua potenzialità di prendersi cura dell’essere umano nella sua interezza di corpo-mente-spirito.
Impara tutto ciò che c’è da sapere sull’energia vitale e si convince che trattare e curare malattie fisiche, psichiche, spirituali non è affatto velleitario. E’ veramente possibile!
E tuttavia la sua sete di conoscenza sembra incolmabile. Un altro libro, un altro seminario di approfondimento, un altro congresso. E così anno dopo anno, sottraendo tempo agli affetti familiari, al riposo, agli hobbies; il terapista olistico è mosso dalla sensazione sotterranea che c’è ancora qualcosa che gli sfugge, qualcosa che deve ancora imparare per completare la sua preparazione. Egli ancora sperimenta, dopo anni di lavoro clinico, la difficoltà di afferrare il significato intimo ora di un successo inaspettatto, ora di un insuccesso frustrante e convive con feelings di onnipotenza che si alternano con un intima sensazione di inadeguatezza. Avverte l’esistenza di una sorta di frattura tra ciò che ha studiato e ciò che riesce a realizzare nella clinica terapeutica.
Perché questo accade?
Ho vissuto io stessa per anni questa sete insaziabile di conoscenza, che, per quanto cercassi di appagare, non mi liberava dalla persistente sensazione che ancora mancava qualcosa. E ho incominciato a chiedermi “cosa c’è all’origine del mio disagio, quali strumenti mi mancano, perché, malgrado il mio impegno totale, non mi sento realizzata come terapista olistico?”
La risposta è arrivata quando ho spostato il fuoco della indagine dal mio essere medico esperto di medicina cinese al mio essere persona. Dal ruolo di medico all’essere che si ritrovava a ricoprire quel ruolo.
Divenne chiaro per me che di fatto non ero un terapista olistico; fondando la mia comprensione unicamente sull’attività della mente logica-razionale, non ero in grado di rimanere aperta a ricevere l’imprevedibile unicità del malessere del paziente che mi chiedeva aiuto. Mi resi conto che la mente logica-razionale, per quanto brillante, è inadeguata ad afferrare intimamente i molti piani di manifestazione dell’essere. Giudicavo continuamente chi mi stava davanti come emozionale, viscerale, fragile, contradditorio; ed ero spesso irritata dalle pressioni che i pazienti mi facevano sottilmente, e forse inconsapevolmente, per essere accettati, non solo su un piano formale ma umano con il loro bagaglio di fragilità e incongruenze, con tutta la loro specificità di essere unico.
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