La medicina occidentale e la medicina olistica
La medicina moderna, detta scientifica, ha una visione meccanica dell’uomo: divide, confronta e tratta con successo dei frammenti, delle parti anche piccolissime del corpo.
Ma, se consideri l’uomo come una macchina e ne studi le parti e le ripari, o anche ne sostituisci i pezzi malfunzionanti, hai comunque una visione parziale di esso.
La medicina scientifica può accettare il corpo e la sua malattia, ma non si preoccupa di emozioni o di spirito, non accetta l’essere con la sua soggettività. Confidando unicamente sulla comprensione della mente logica-razionale si priva della possibilità di accogliere l’essere vivente nella sua interezza. E va avanti, invece, a formulare teorie e idee, per poi eventualmente mutarle; e cerca di adattare delle diagnosi astratte alla realtà. Il paziente è la realtà e la mente logica-razionale si sforza di adattare questa realtà vivente alle teorie. La malattia prende il sopravvento sul malato!
Nel campo delle discipline olistiche - e questa è la loro gloria - non funziona così. L’attitudine è quella di prendersi cura della totalità, perché è risaputo che solo l’interezza porta salute e sanità.
Cosa serve allora perché questo progetto terapeutico possa funzionare?
Serve una comprensione multidimensionale. L’essere umano si manifesta, in salute e malattia, su molti piani contemporaneamente. Fisico? Si. Emozionale? Si. Mentale? Si. Spirituale? Si.
Ogni essere umano è un continuum ininterrotto di corpo-psiche-spirito, e l’energia vitale che lo permea variamente si intreccia a tessere una tela unica e autentica, benché misteriosa. E il mistero si svela al terapeuta che si pone dinanzi a lui da uno spazio di umiltà, da uno spazio di curiosità e di non-sapere. Si svela al medico che non funziona unicamente dalla mente e dal sapere appreso dai libri e dagli altri, ma che è capace di essere presente con tutto se stesso - testa, cuore, visceri - dinanzi al paziente e di accettare la sfida del nuovo e del dinamismo della vita. E solo in queste condizioni sarà in sincronicità con il nuovo, con il presente, con la vita che pulsa nella persona che lo ha scelto per essere aiutato a ritrovare salute e ben-essere.
Noi operatori olistici occidentali siamo il frutto della società in cui siamo cresciuti; e la nostra cultura ci ha insegnato fin dall’infanzia a focalizzare tutte le energie nella testa, a divenire forti nel ragionamento logico. Studiamo e apprendiamo molte cose: teorie astratte, concetti, idee; ma queste conoscenze non ci danno la visione della realtà, non ci permettono di guardare il mondo così com’è e di accettare le sue contraddizioni.
L’essere umano - e tra questi c’è spesso anche l’operatore olistico - che è troppo ‘orientato verso la testa’ è incapace di sentire, è incapace di amare, è incapace di fidarsi delle proprie intuizioni, che razionali non sono.
E così piano piano egli perde contatto con la ricchezza della vita dentro e fuori di lui. La linfa non scorre ed è tagliato fuori dall’universo: perde la capacità di essere in contatto con il suo mondo interiore e quindi con l’esistenza e la vita.
Chi ha scelto di essere un medico o un terapista olistico, se ha perso la capacità di essere in contatto con il suo sentire, se ha perso la capacità di accettare e comprendere il suo paziente/cliente, non è in grado di fatto di accogliere la realtà che ha davanti così com’è, senza manipolarla con le sue idee su come la realtà dovrebbe essere.
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