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Postato da il Apr 4, 2017 in Risvegliare emozioni e sentimenti | 0 commenti

La vecchiaia: si riesce ad immaginarla prima che arrivi? Naturalmente no

La vecchiaia: si riesce ad immaginarla prima che arrivi? Naturalmente no

La vecchiaia, secondo  Philip Roth

[…] Impossibile confondersi sul fatto che è lei, e non tu, ad avere ventiquattro anni.  Dovresti essere uno stupido per sentirti ancora giovane. Se ti sentissi giovane, sarebbe troppo facile. Non ti senti giovane, tutt’altro: senti l’ampiezza del suo futuro illimitato contrapposto al tuo futuro limitato, senti – più ancora di quanto fai di solito – l ‘intensità di ogni ultima grazia perduta. È come giocare a baseball con una squadra di ventenni. Non è che ti senti ventenne perché stai giocando con loro. Noti la differenza ogni minuto che passa. Ma almeno non sei ai bordi del campo, in panchina.

Ecco che cosa succede: senti lo strazio di essere vecchio, ma in un modo nuovo.

Riesci a immaginarla, la vecchiaia? Naturalmente no. lo no. Non ci riuscivo. Non avevo idea di che cosa fosse.  Non ne avevo neanche un’immagine falsata: non ne avevo alcuna immagine. E non c’è nessuno che abbia voglia di fare previsioni. Nessuno desidera affrontare queste cose prima che venga il momento. Come andrà a finire, tutto? E di rigore l’ottusità.

Comprensibilmente, ogni fase della vita più avanzata della propria è inimmaginabile. Uno, a volte, è arrivato già a metà della fase successiva prima di rendersi conto di esservi entrato. E le fasi di avanzamento precedenti offrono certe compensazioni. Anche casi, per molti, la parte di mezzo è scoraggiante. Ma la fine? La fine è – cosa interessante – il primo pezzo di vita da cui ti senti totalmente escluso, pur essendoci dentro. Osservando minuto per minuto la propria decadenza (se si è fortunati come me), uno ha, grazie alla propria perdurante vitalità, un considerevole distacco dalla propria decadenza: se ne sente addirittura indipendente. Certo c’è, è inevitabile, un moltiplicarsi dei segni che portano a questa spiacevole conclusione; eppure, nonostante ciò, ti senti fuori. E la ferocia
dell’ obiettività è brutale.

Bisogna fare una distinzione tra il morire e la morte.
Non è tutto un morire ininterrotto. Se si è sani e ci si sente bene, è un morire invisibile. La fine, che è una certezza, non dev’essere per forza annunciata con spavalderia.  No, tu non puoi capire. L’unica cosa che capisci dei vecchi, quando non lo sei, è che sono stati segnati dal loro tempo. Ma capire solo questo li mummifica nel loro tempo, ed equivale a non capire nulla.

Per quelli che non sono ancora vecchi, essere vecchio significa essere stato. Ma essere vecchio significa anche – a dispetto, in aggiunta e oltre a «essere stato» – che sei ancora. Il tuo «essere stato» è molto vivo. Tu sei ancora, e uno è ossessionato tanto dall’«essere ancora» e dalla sua pienezza quanto dall’«essere stato», dal passato.

Alla vecchiaia pensa così: il fatto che sia in gioco la propria vita è una semplice realtà quotidiana.
Non possiamo fare a meno di sapere che cosa ci aspetta a breve scadenza. Il silenzio da cui saremo per sempre circondati. Per il resto, non è cambiato nulla. Per il resto, si è immortali per tutto il tempo che si è al mondo.

Non troppi anni fa c’era un modo prefabbricato di essere vecchi, proprio come c’era un modo prefabbricato di essere giovani. Non sono più in vigore, né l’uno né l’altro.

Sul permissibile c’è stata una grande lotta; e un grande ribaltamento. Nondimeno, un uomo di settantanni dovrebbe ancora lasciarsi coinvolgere nell’ aspetto carnale della commedia umana? Essere, senz’alcuna contrizione, un vecchio secolare ancora sensibile a ciò che di umanamente eccitante lo circonda? Non è la condizione che una volta era simboleggiata dalla pipa e dalla sedia a dondolo. Forse è ancora un po’ un affronto, per la gente, rifiutarsi di ubbidire al vecchio orologio della vita. Capisco di non poter contare sul virtuoso rispetto degli altri adulti. Ma cosa posso farci se, per quello che mi riguarda, non ci si mette mai l ‘animo in pace, mai, per vecchio che uno sia?

Philip Roth, L’animale morente. ediz. Einaudi 

 

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