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Postato da il Mar 21, 2017 in Risvegliare emozioni e sentimenti | 0 commenti

La lotta per vivere e quella per non morire

di Curzio Malaparte

La lotta per vivere e quella per non morire

La lotta per vivere è diversa da quella per non morire

[…]Non mi piace vedere fino a che punto l’uomo possa avvilirsi, per vivere. Preferivo la guerra, alla “peste” che, dopo la liberazione, ci aveva tutti sporcati, corrotti, umiliati, tutti, uomini, donne, bambini.  Prima della liberazione, avevamo lottato e sofferto per non morire. Ora lottavamo e  soffrivamo per vivere. C’è una profonda differenza tra la lotta per non morire, e la lotta per vivere. Gli uomini che lottano per non morire serbano la loro dignità, la difendono gelosamente, tutti, uomini, donne, bambini, con ostinazione feroce. Gli uomini non piegavano la fronte.

Fuggivano sulle montagne, nei boschi, vivevano nelle caverne, lottavano come lupi contro gli invasori. Lottavano per non morire. Era una lotta nobile, dignitosa, leale. Le donne non buttavano il loro corpo sul mercato nero per comprarsi il rossetto per le labbra, le calze di seta, le sigarette, o il pane. Soffrivano la fame, ma non si vendevano.

Non vendevano i loro uomini al nemico. Preferivano vedere i propri figli morir di fame, piuttosto che vendersi, piuttosto che vendere i loro uomini. Soltanto le prostitute si vendevano al nemico. I popoli d’Europa, prima della liberazione, soffrivano con meravigliosa dignità. Lottavano a fronte alta. Lottavano per non morire. E gli uomini, quando lottano per non morire, si aggrappano con la forza della disperazione a tutto ciò che costituisce la parte viva, eterna, della vita umana, l’essenza, l’elemento più nobile e più puro della vita: la dignità, la fierezza, la libertà della propria coscienza. Lottano per salvare la propria anima.

La lotta per vivere e quella per non morire

Ma dopo la liberazione gli uomini avevano dovuto lottare per vivere. È una cosa umiliante, orribile, è una necessità vergognosa, lottare per vivere. Soltanto per vivere. Soltanto per salvare la propria pelle. Non è più la lotta contro la schiavitù, la lotta per la libertà, per la dignità umana, per l’onore. È la lotta contro la fame. È la lotta per un tozzo di pane, per un po’ di fuoco, per uno straccio con cui coprire i propri bambini, per un po’ di paglia su cui stendersi. Quando gli uomini lottano per vivere, tutto, anche un barattolo vuoto, una cicca, una scorza d’arancia, una crosta di pan secco raccattata nelle immondizie, un osso spolpato, tutto ha per loro un valore enorme, decisivo. Gli uomini son capaci di qualunque vigliaccheria, per vivere: di tutte le infamie, di tutti i delitti, per vivere. Per un tozzo di pane ciascuno di noi è pronto a vendere la propria moglie, le proprie figlie, a insozzare la propria, a vendere i fratelli e gli amici, a prostituirsi a un uno. È pronto a inginocchiarsi, a strisciare per terra e leccare le scarpe di chi può sfamarlo, a piegare la schiena sotto la frusta, ad asciugarsi sorridendo la guancia di sputo: ed ha un sorriso umile, dolce, uno sguardo di una speranza famelica, bestiale, una speranza meravigliosa. […]

Curzio Malaparte, La pelle, ed. Adelphi

 

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